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Inquadramento territoriale e storico

Cocullo sorge a 870 metri di altitudine, in posizione di confine tra la Marsica e la Valle Peligna, in un’area frequentata fin dall’antichità, come attestano i rinvenimenti archeologici e la persistenza di culti e pratiche rituali di lunga durata. L’impianto urbanistico attuale è di origine medievale, con un sistema difensivo attestato già prima dell’anno Mille, di cui restano la torre e i ruderi del castello.Il patrimonio monumentale comprende la chiesa della Madonna delle Grazie (XIII secolo), la chiesa di San Domenico, cuore simbolico del paese, la chiesa diruta di San Nicola (XIV secolo) e la fontana medievale a tre arcate ogivali. La posizione marginale e montana ha contribuito a preservare nel tempo forme rituali e simboliche di eccezionale continuità.

Economia tradizionale e trasformazioni sociali

Fino alla metà del Novecento Cocullo ha vissuto prevalentemente di agricoltura di sussistenza e di allevamento (ovini, bovini ed equini), praticati su terreni poveri e marginali. In passato era attiva la transumanza lungo il tratturo Celano–Foggia, mentre l’artigianato locale si distingueva, oltre che per i mestieri tradizionali, per la lavorazione della ceramica, recentemente recuperata. Il forte processo migratorio del secondo dopoguerra, diretto soprattutto verso Canada, Venezuela e Svizzera, ha ridotto drasticamente la popolazione. Oggi il paese mantiene un’economia fragile, basata su piccole aziende agricole, attività artigianali e pendolarismo lavorativo verso i centri maggiori. In questo contesto, la festa di San Domenico rappresenta una risorsa simbolica, culturale ed economica fondamentale, tanto da motivare l’apertura di una Mostra permanente dedicata al rito.

Andamento demografico

XX secoloca. 1.630 abitanti - Comunità agricolo-pastorale stabile

Anni ’50 ca. 1.190 abitanti - Avvio dell’emigrazione

Anni ’80 ca. 455 abitanti - Spopolamento avanzato

Oggi ca. 416 abitanti - Micro-comunità ad alta visibilità simbolica

Il sistema festivo: continuità e mutamenti

Il calendario rituale di Cocullo trova il suo fulcro assoluto nella festa di San Domenico Abate, celebrata il primo giovedì di maggio dal 1821. Il rito, noto come “festa dei serpari”, costituisce uno degli esempi più complessi e studiati di religiosità popolare dell’Italia centro-meridionale. La liturgia cattolica si intreccia con una liturgia popolare stratificata, nella quale si distinguono tre scene rituali fondamentali:  la terra miracolosa, raccolta dai devoti dietro l’altare;  Il rito della campanella, tirata con i denti contro il mal di denti; la presenza dei serpenti, che avvolgono la statua del Santo durante la processione. Questi elementi rimandano a un orizzonte simbolico che molti studiosi mettono in relazione con i culti arcaici dei Marsi, legati alla protezione dai mali, ai rettili e alle forze telluriche. I devoti sono i veri protagonisti del rito: attraverso gesti codificati, essi garantiscono la continuità e l’autenticità della festa, inscrivendo le azioni rituali in un sistema di credenze condivise. Accanto alla festa maggiore si collocano:•la festa invernale di San Domenico (22 gennaio);•le rogazioni dell’Ascensione, con la benedizione dei campi;•le feste della Madonna delle Grazie (2 luglio), di San Rocco, Sant’Egidio e San Nicola;•la Sagra delle ferratelle (dal 1981), che rielabora in chiave gastronomica l’identità locale.

Riti scomparsi e memoria popolare

Molte pratiche rituali del passato sopravvivono nella memoria orale: le questue natalizie e di Capodanno, le cottore di mais offerte ai ragazzi, i fuochi di San Giovanni e i rituali divinatori con l’uovo, legati alla previsione del destino. Le narrazioni agiografiche su San Domenico – i miracoli della farina, la lupa pietrificata, il ferro della mula, la reliquia del dente – costituiscono un patrimonio narrativo condiviso che rafforza il legame tra territorio, sacralità e identità comunitaria. In passato il Santo veniva invocato anche per domare comportamenti violenti e malattie, confermando il ruolo terapeutico e regolativo del culto.